Guida alla bontà

È una famiglia moderna quella di “Come diventare buoni” di Nick Hornby:  la coppia in crisi, sull’orlo del divorzio, a causa della scontentezza di lui che ha portato lei a trovarsi un amante; il marito che sta in casa mentre la moglie va a lavorare; i figli vittime e chiavi del consumismo.

Non è però un romanzo sulla famiglia questo. Eh già: il tradimento di lei è solo il punto di partenza della storia. In realtà tutto il romanzo è basato sulla riflessione, da parte della protagonista, su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato al fine di essere considerate persone buone. Basta l’attività che svolgiamo? Poniamo il lavoro svolto dalla protagonista: il medico. Tutti i giorni si reca in ambulatorio e ha a che fare con casi di persone gravemente ammalate, per le quali non si può fare più nulla: i casi “spezza cuore”, come li chiamano i dipendenti dell’ambulatorio.  Oltre questo ci sono anche quei pazienti che presentano patologie imbarazzanti e disgustose, con le quali il medico si deve confrontare. Quanto il lavoro svolto quotidianamente e pubblicamente è sufficiente a renderci persone buone? Basta per esserlo anche nel privato? Oppure abbiamo bisogno di una specie di conversione spirituale come accade al marito della protagonista? Dov’è il limite tra l’aiutare il prossimo e l’aiutare sé stessi? Dove finisce l’io e comincia il prossimo e viceversa? Nessuno può dire che aiutare il prossimo non sia giusto, ma basta aiutare o si deve aiutare sentendolo, con i propri tempi e a modo proprio? Kant diceva, ad esempio, che nell’azione morale ciò che conta è l’intenzione che ci sta alla base. Aiutare il prossimo in maniera forzata ci rende buoni al pari di chi aiuta il prossimo sentendolo veramente? La questione non riguarda il se è giusto o meno aiutare il prossimo forzatamente, ma se e quanto aiuto o danno gli arrechiamo.. ovviamente parliamo di quel genere d’aiuto che ci pone in rapporto diretto col bisognoso. E il sacrificio? Vogliamo parlarne? Anche il sacrificio a qualcosa può essere compreso nell’atto di aiutare il prossimo: è giusto costringere qualcuno a sacrificare qualcosa? Parallelamente a questo c’è la riflessione, valida anche questa per la vita di tutti i giorni, sulla questione: per cosa è giusto lottare? Parlando della nostra vita privata, quando è giusto, per usare un analogia cara alla protagonista, togliere il coltello dalla ferita? Se tolgo il coltello rischio di far uscire il sangue. Invece se la lama resta conficcata all’interno della ferita, se pure fa male, il sangue non esce. Ma a questo punto c’è da chiedersi, continuando l’analogia e facendola diventare metafora: se il sangue che tratteniamo lasciando la lama all’interno è cattivo? Non sarebbe meglio togliere il coltello e lasciarlo uscire? Da quanto detto potrebbe risultare una lettura impegnativa.. Invece l’autore ci guida nei meandri di alcune delle più rilevanti e comuni questioni esistenziali parlandoci di una storia, che per alcuni versi è comune anch’essa, utilizzando un linguaggio diretto e spigliato. La storia infatti ci viene narrata in tempo reale dalla protagonista, donna emancipata dal vocabolario semplice, non inutilmente aulico, e quindi scorrevolissimo. Vi farete anche diverse risate! Un libro da leggere insomma, per poter riflettere su alcune questioni importanti senza abbandonare il piacere della lettura.

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