L’originale vampiresco

Dimenticate tutti i vampiri belli e fascinosi. Dimenticate ogni tipo di effetto speciale. Qui ci troviamo di fronte al vampiro più conosciuto al mondo. Non è stato il primo, e neanche l’ultimo, ma tutti hanno sentito parlare del Conte Dracula: se non ci fosse stato lui, la figura del vampiro avrebbe mai fatto tanta fortuna? Da un po’ di tempo a questa parte tra l’altro assistiamo a un vero e proprio revival. Credo che il conte non riconoscerebbe nei moderni vampiri dei suoi consanguinei (permettetemi la battuta!).

Il Dracula di Stoker a  mio modo di vedere è qualcosa di più di un vampiro: è la somma, e quindi l’emblema, dei tratti più animaleschi, cannibalici e predatori dell’uomo. Assolutamente il conte, e di questo mi scuso con lui, non è una bella frequentazione: unghie lunghe, alito pesante .. insomma non si cura molto del proprio corpo! Ma se è, come abbiamo detto, l’esempio vivente di quello che c’è di più malvagio nell’uomo, perché mai allora dovrebbe essere una bella persona, anche solo nell’aspetto? Dopotutto il Dottor Jekill aveva la sua controparte malvagia che prendeva il sopravvento sul buon dottore e si manifestava all’esterno; Dorian Gray aveva invece un quadro in cui era rappresentata la sua parte marcia, depravata e cattiva. Con il conte invece abbiamo una controparte del buono in carne e ossa. Infatti gli antagonisti del conte sono i difensori della fede, della bontà e, in ultima istanza, del genere umano tutto. La contrapposizione è netta tra le due parti e il conte alla fine sarà sconfitto, pur avendo vinto delle battaglie: il bene vince sul male, l’animale sociale prende il sopravvento sul’animale solitario e via dicendo. La grandezza di questo romanzo quindi non sta nel raccontare una storia i cui esiti ci sono diventati alquanto scontati, anche se dalla fortuna del vampiro umanizzato che si è diffusa ultimamente non si direbbe che siano poi tanto scontati come credo. La grandezza di questo romanzo sta nell’aver compiuto una sintesi lineare e chiara di tutto ciò contro cui l’uomo ha combattuto e deve continuare a combattere, per continuare a vivere in società; dell’essenza, dalle origini cannibali dell’uomo, che pure gli dobbiamo riconoscere; delle credenze medico-mistiche che l’uomo ha sempre avuto riguardo a questo liquido vitale, cioè il sangue, che scorre al suo interno. Io credo che sia in questo che vada ricercata la fortuna del romanzo: di fronte a questo essere che ha del sovrannaturale che lotta contro i difensori del bene, l’uomo si sente coinvolto perché ha davanti agli occhi ciò che compie ogni giorno con se stesso, cioè la lotta con il suo lato oscuro. La grandezza di un romanzo sta anche in questo: nel riuscire ad andare in profondità, svelando l’essenza di qualcosa. Ovvio che l’uomo non compie ogni giorno una vera e propria lotta, in quanto la sua parte malvagia e animalesca è stata educata dalla società nel corso dei secoli. Ma nella figura del conte riconosce quello che c’è sul fondo, le sue origini, ciò da cui proviene.

Il racconto è formato da tutta una serie di resoconti: telegrammi, articoli di giornale, lettere e diari. Però la storia si fa seguire ugualmente. Non c’è la possibilità di perdersi fra un resoconto e l’altro, perché fino a che i difensori dell’umanità non si saranno riuniti, verrà comunque raccontato ciò che c’è da sapere da fonti diverse, che contribuiranno alla storia dai loro diversi punti di vista.

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