I viaggi di Gulliver, parte seconda capitolo 7

Oggi il post è interamente dedicato al settimo capitolo della seconda parte. Perché se fino ad ora i post hanno presentato due capitoli per volta? Perché il capitolo in questione è abbastanza pieno! Era successo che il capitolo precedente fosse abbastanza scarno (perché magari era dedicato alla semplice narrazione, senza nulla di polemico o critico da annotare). E quindi il capitolo che segue risulta molto interessante, ricco di riferimenti e messaggi subliminali… anche abbastanza evidenti però!

illuminismo inglese, i viaggi di gulliver

Non volevo quindi appesantire il lettore con un commento riguardante due capitoli dato che già uno si presenta così ricco. Tra l’altro, ci stiamo avviando alla conclusione di questa seconda parte, quindi l’Autore tira le somme a proposito di quella che è la società che lo ha ospitato per un po’ di tempo e si lascia andare, prima di raccontare della sua partenza vera e propria, a diverse disquisizioni.

Parte seconda – Viaggio a Brobdingnag

Capitolo settimo

L’Autore ha discusso col re che lo ospita a proposito di molti aspetti, soprattutto politici ed amministrativi, della società da cui proviene. Il re si è interessato molto alla civiltà a cui appartiene Gulliver ed ha voluto conoscere, attraverso una serie di incontri e prendendo degli appunti, i vari elementi che la caratterizzano.

  • La prima riflessione nasce da una frase di Gulliver, in cui dichiara di aver eluso alcune domande e di aver risposto ad altre mettendo le cose in una luce migliore di quanto sarebbero apparse. Perché lo ha fatto? Giustifica questo suo gesto dicendo di avere nei confroni del suo paese una certa parzialità, come Dionigi di Alicarnasso. Chi era costui?
  • Dionigi era uno storico romano, oltre che retore. La suo opera storica principale, ci cui ci rimane una parte cospicua, si intitola Antichità romane. In quest’opera Dionigi vuole mostrare le origini di Roma e porre una certa continuità e vicinanza tra il popolo romano e il popolo greco, auspicando che i due popoli possano fraternizzare e che eventualmente alcune alte cariche romane siano occupate da rappresentanti del popolo greco. Dionigi qundi non fa altro che presentare il popolo romano in maniera più particolareggiata, di modo da farlo conoscere al popolo greco in un modo più preciso. Quindi l’Autore si trova nella stessa condizione, cioè quella di dover presentare un popolo ad un altro popolo. E nonostante abbia cercato di mettere in risalto virtù e bellezze della civiltà dalla quale proviene, non è però riuscito ad fare il modo che il re che lo ascoltava apprezzasse le sue origini e la sua provenienza.
  • Nonostante le critiche che in alcuni casi, nei capitoli precedenti, ha mosso alla società da cui proviene, l’Autore decidere di spezzare una lancia a suo favore, affermando che il re con cui parla vive in un territorio isolato, arretrato quindi, non sviluppato, che ha avuto poche esperienze, è poco evoluto. Quindi per chi vive in queste condizioni è facile parlare! Ma questo modello di virtù non è l’ideale, essendo caratterizzato da pregiudizi e ristrettezza, per essere condiviso dal resto dell’umanità. Per quanto apprezzabile a livello teorico, nella pratica la sua applicazione sarebbe fallimentare.
  • Francamente, se devo essere sincero, trovo che le rimostranze del re alla proposta dell’Autore di procurargli della polvere da sparo alquanto bigotte e moraliste. Quella della polvere da sparo è una scoperta, semplicemente, che poi sia stata usata a scopi distruttivi è un altro fatto. Io credo che il re mostri una certa limitazione nel non voler usare la polvere da sparo: mica deve essere usata per forza di cose come gliela presenta l’autore? Avesse avuto una mente più elastica, avrebbe potuto destinarla ad altri usi. Non è che in sé l’invenzione sia negativa, è il modo in cui la si usa ad esserlo.
  • Infatti Gulliver dichiara di essersi trovato alla presenza di uno “Strano effetto di prìncipi angusti e di corte vedute”. Si trova alla presenza di un principe, le cui virtù fanno nascere nel suddito ammirazione e rispetto, ma non è capace di cogliere l’opportunità che gli è offerta. Non è dotato di quella malizia di cui un sovrano, dice l’Autore, ha necessità, almeno in un continente come l’Europa. Mi chiedo quanto Swift fosse ironico e crito e quanto sincero nel dire tutto questo. La sua è una difesa delle alte e positive qualità di un sovrano o una difesa del Principe di Machiavelli in cui ci sono diverse qualità, più o meno condivisibili ma necessarie in un capo? È per la pace a tutti i costi, avviando così un discorso illuminista che avrà in Kant nell’opera Per la pace perpetua una delle sue più alte espressioni, o sta ammettendo che in effetti le cose nella realtà stanno in maniera troppo particolareggiata perché un regnante possa permettersi di essere solo bello e bravo?
  • Ed ecco la denuncia maggiore dell’arretratezza di questo popolo: questi giganti sono belli e bravi, ma solo perché isolati ed hanno una cultura tutta consistente nella poesia, nella morale e nella storia. È un mondo idilliaco il loro, in pratica, in cui la matematica trova solo applicazioni pratiche. Mancano totalmente capacità di astrazione e discorso su idee, entità e trascendenze. Le leggi e le cause civili mostrano chiaramente l’ingenuità in cui vive questo popolo: ci sono elementi sì apprezzabili, ma non si può vivere facendo affidamento solo su questi. In un paese come l’Europa, questo popolo non avrebbe molta fortuna di sopravvivere. E qui allora che la civiltà dei giganti può essee associata all’aristocrazia, come i ricordi liceali mi suggeriscono: questo popolo rappresenta qualcosa di antico, di superato, che vive in un mondo tutto suo.
  • Siamo arrivati alla battute finali del capitolo. La civiltà che ospita l’Autore ci è stata presentata da vari punti di vista e in confronto con quella europea. Uno sguardo particolare è stato destinato all’aspetto morale e a quello militare. I due sono messi anche in rapporto tra loro, come nel caso della polvere da sparo. Per quanto riguarda la morale, Gulliver racconta di aver trovato un piccolo trattato che ne parla. Quindi attraverso questo espediente dà vita ad una piccola disquisizione morale che mi ha fatto pensare, per alcuni versi, ad un riferimento alla filosofia di Nietzsche: nel trattato si dice che l’uomo ha man man, col passare del tempo, perso la sua forza vitale, essendo superata dalle altre razze. Swift si può ritenere un Nietzsche ante litteram? Poi continua, stavolta parlando della stazza fisica degli uomini. Nel trattato si sostiene che probabilmentenei tempi antichi gli uomini fossero mlto più grandi, e questo mi ha fatto pensare ai titani.

Queste sono le mie osservazioni, tutte nate dalle lettura di un unico capitolo. Potrei essermi perso qualcosa, o aver avuto un’intuizine errata. Fatemi sapere cosa ne pensate!

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